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16

Apr

Guerre e filiera vulnerabile: l’industria farmaceutica italiana cerca le contromisure

Non sono rose e fiori ma nemmeno, per ora, lacrime e sangue. L’industria farmaceutica italiana, forte di numerosi e riconosciuti primati (secondo produttore europeo, 74 miliardi il valore dell’export nel 2025, il 28,5% in più rispetto all’anno prima etc.), si scopre decisamente vulnerabile per effetto della crisi internazionale. L’aumento dei prezzi delle materie prime (+45% l’alluminio, +15% gli ingredienti attivi, +25% il vetro) e dell’energia, la dipendenza dai produttori asiatici, le nuove regole del commercio imposte dagli Stati Uniti (su tutte il Most favoured nation, Mfn) si sommano alle debolezze “endogene” (payback, burocrazia, accesso ritardato all’innovazione), con il rischio di veder precipitare le cose se i conflitti in corso proseguiranno fino all’estate...

....Di un contesto internazionale particolarmente difficile e del sostegno del governo italiano all’industria del farmaco, parla anche il ministro del Made in Italy Adolfo Urso, intervenuto dal palco. “Il nostro impegno per una politica di sistema c’è stato da inizio legislatura con l’istituzione di un tavolo interministeriale su innovazione e ricerca, con al centro l’industria farmaceutica e poi con gli incentivi e le detassazioni (es. Zes Unica, Industria 4.0 e Transizione 5.0). L’Europa però non sempre ci dà ascolto. Un esempio è la normativa sulle acque reflue che sovrastima l’impatto dell’industria farmaceutica e la tutela brevettuale indebolita di un anno che scoraggia gli investimenti”....

.....

Mai come di questi tempi, insomma, l’Italia e l’Europa devono guardarsi intorno, soprattutto in tema di approvvigionamento. Cattani ha ricordato i buoni rapporti con l’Egitto, tessuti anche grazie al Piano Mattei, che potrebbero preludere a forniture alternative di principi attivi. A margine dell’evento lo confermano all’unisono Pierluigi Petrone, vice-presidente di Farmindustria e Giorgio Bruno, presidente dell’Associazione farmaceutici industria (Afi) che ha guidato a lungo anche il gruppo CDMO di Farmindustria.

Cosa dovrebbero fare l’Europa e l’Italia per proteggere le filiere dalle crisi? “Fare un reshoring vero e preciso ma ingente. Bisogna incominciare a impiantare aziende che fanno principi attivi sulla sponda meridionale del Mar Mediterraneo” dice Petrone. “Non potremo mai competere con quei Paesi per il costo del lavoro e per quello dell’energia – prosegue – e avere impianti che possano produrre a prezzi congrui sarebbe un grande valore aggiunto. Ovviamente un polo logistico del Mediterraneo ne sarebbe l’anello fondamentale”.

Giorgio Bruno aggiunge: “I paesi del Nord Africa hanno la possibilità di produrre a costi inferiori, ma soprattutto danno la possibilità di investire e far crescere le risorse impiegate”. Ma potranno le aziende italiane riportare a casa le produzioni di principi attivi? “Ci sono troppi problemi da superare: ambientali, di spazio e di tanto altro. È una cosa complessa, penso ai grandi volumi di paracetamolo di cui si parla tantissimo. Farlo in Italia è quasi impossibile ai costi offerti dall’Asia, invece se andiamo nel bacino del Mediterraneo probabilmente avremo delle opportunità”....[AboutPharma]

16

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