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L'editoriale

Arti e mestieri

30 Aprile 2018
Marcello Fumagalli

Sin dal lontano passato coloro che operavano all’interno del medesimo campo mercantile si riunivano nelle cosiddette corporazioni. In ogni regione del territorio medioevale italiano presero un nome differente e in Toscana si chiamarono “arti”, in Veneto “fraglie”, in Lombardia “paratici”, “gremi” in Sardegna, “società d'arti” a Bologna, “collegi” a Perugia. Il nome latino, generalmente usato per identificarle, era “universitates o collegia”. La fioritura di queste “organizzazioni” prese il via dall’esempio delle confraternite di artigiani che ebbero tanto peso nell’età alto medioevale con la loro fondamentale opera nella costruzione di Templi e Cattedrali. Seguendo tali oggettività, profondamente esclusive, si diffuse l’idea di gemmare, per ogni espressione commerciale esistente o nascente, un medesimo modello sotto la cui bandiera si potessero riunire gli interessi comuni scaturenti da specifiche necessità. Apparvero così le “gilde” degli speziali la cui arte, fin dai tempi egizi all’undicesimo secolo, fu di appannaggio di caste sacerdotali o monacali. Ogni eremo aveva il suo speziere preposto, dai capitolari dell’ordine, al mantenimento della salute dei propri fratelli. A Venezia come a Firenze, Bologna, Milano ed altre città la nascita del nuovo mestiere secolarizzato portò, per tutto il Trecento, all’apparizione di un numero elevato di congreghe fino ad obbligare le autorità cittadine ad interdirne la loro formazione. Il compito primario di ogni corporazione era la difesa dell'esercizio del proprio mestiere e di chi lo praticava. Per quanto concerneva l’arte degli spezieri la tutela della qualità dei prodotti era un aspetto assolutamente delicato ed era salvaguardato da statuti e regolamenti interni che imponevano un rigido controllo sull'uso delle materie prime, degli strumenti di lavoro, delle tecniche di lavorazione e di quello che oggi chiameremmo la lotta ai “falsi”. Cioè quei prodotti che non rispettavano gli standard qualitativi previsti dai Collegi dei Medici. Un esempio eclatante della difesa della qualità dei preparati farmaceutici e della loro standardizzazione fu l’intervento di Cosimo de Medici imponendo la creazione del Ricettario Fiorentino. Oltre agli aspetti citati un requisito essenziale era dettato dal principio dell'uguaglianza tra i soci, che sebbene fosse rispettato solo formalmente, avrebbe dovuto impedire azioni di concorrenza sleale tra i membri stessi. Coloro che si scostavano da tali obblighi era bandito e considerato pericoloso per tutti gli iscritti. Una particolare attenzione fu rivolta anche verso la formazione delle nuove “matricole” che, attraverso un periodo di tirocinio, di durata variabile da città a città, imponeva al “maestro” di insegnare, a tutti gli aspiranti, i segreti del mestiere. Nel Lessico Farmaceutico, di Giovan Battista Capello, molto diffuso a Venezia, era riportato lo schema di esame d’ammissione alla professione con le domande a cui il futuro speziere avrebbe dovuto saper rispondere. Le corporazioni rivendicavano, inoltre, una competenza esclusiva nelle materie legali come le cause tra i membri e le infrazioni commesse verso i regolamenti. Ecco come sono nate le nostre Associazioni ormai trasfigurate in salotti ove si mostra solo il reddito e poca e vera perizia. A buon intenditor poche parole! Chi volesse approfondire l’argomento può scaricare dal nostro sito il pdf del saggio dal titolo : "Semplicisti & Stillatori" L'arte degli aromatari volgarmente detti Speziali

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