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L'editoriale

Weak minds

02 Marzo 2012
Marcello Fumagalli

L’attesa di un metrò e poi quella di un tram è stato l’inizio dei miei pensieri. Mentre osservavo uno squarcio di umanità, che non mi capita spesso di incontrare, da così vicino, l’immaginazione ha cominciato a correre e tutta quella gente si è trasformata in una folla di comparse di un film neorealista. Protetto dal lungo cappotto blu e dal leggendario Borsalino, indossato alla maniera di Humphrey Bogart, la mia minacciosa figura fisica ha cominciato ad essere invisibile nella scena come se non fossi più presente e guardassi, la scenografia, da non so quale altra prospettiva. Il pensiero era agitato quasi irrequieto e tutto ciò che vedevo si muoveva a scatti e diveniva l’origine di nuove sensazioni. Mentre fissavo gli improvvisati attori l’attenzione è caduta sul colore della loro pelle, sul taglio dei loro occhi, sulla complessità o meno dei loro linguaggi, sulla difformità del loro abbigliamento, sul loro semplice apparire …… emblema delle più umili nature. La diffusa differenza ha rapito la mia mente obbligandola a riflettere sulla trasformazione della nostra società che sempre più assomiglia a quelle delle grandi metropoli mondiali dove l’umanità vivente ricorda una tavolozza di colori. Ma le riflessioni non sono andate solo alla multietnicità! Accanto allo stimolo della globale e policroma popolazione, altri sono stati gli spunti alla mia immaginazione. Così ho visto la debolezza di quelle vite, attaccate da una precarietà disarmante, scosse dall’istinto dell’uomo emotivo e non cognitivo. Menti deboli obbligate a rincorrerere i bisogni primari garanzia per la loro sopravvivenza. Salendo sul metrò e poi sul tram sono stato attratto da chi mi circondava ……. una coppia di pensionati che si tenevano in piedi l’un l’altro, una matura e vezzosa signora appena uscita da un parrucchiere cinese, due venditori con il loro bagaglio alla ricerca di una indicazione stradale, una giovane che compulsivamente digitava su una tastiera chissà quali messaggi. Poco dopo un mancato motociclista di Harley Davidson, con una folta chioma da donna, ha occupato la scena assieme ad un indescrivibile personaggio che inneggiava sonoramente all’impresa della sua squadra del cuore. Un’aggressiva non più giovane donna addobbata da anelli e orecchini di vile metallo e costretta in un abbigliamento da teenager è stata l’ultima comparsa della rappresentazione. Alla fine anch’io ho lasciato il mio posto e scendendo ho proferito sottovoce: “Che fortuna!”

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