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L'editoriale

Dalla nigredo all'albedo

28 Aprile 2012
Marcello Fumagalli

Gli alchimisti conoscevano bene il processo e in pochi passaggi, sette per la verità, trasformavano tutto dal nero più nero al bianco più bianco. Non sto a filosofeggiare su tale pratica perché dovrei occupare pagine e pagine, ma voglio soffermarmi sulla metafora di tale prassi. Gli alchimisti lavoravano notte e giorno per mesi prima di recuperare lo stato d’albedo mentre oggi c’è gente senza pudore che cerca di candeggiarsi nel solo tempo di un caffè. Le loro affermazioni abbagliano i loro interlocutori sperando che la luce forte faccia credere di essere immersi nel candore più assoluto. I tentativi di questi nuovi alchimisti inducono una riflessione sulla loro sanità mentale o, se credete, sulle loro capacità da illusionisti. La psicoanalisi su di essi potrebbe trovare un lavoro enorme proprio analizzando quello stato di rimozione che la loro mente ha messo in atto nascondendo anche a loro stessi la verità. Molte volte però non si può parlare di patologie psichiatriche o di degenerazione neuronale, ma si deve rivolgere l’attenzione ad un eccelsa e sofisticata “azione sbiancante” simile a quella che si realizza quando facciamo il bucato con la candeggina. Ma usare l’ ipoclorito sodico in modo che non si formino poi dei buchi è un’arte da massaia esperta e così la chimica di quelle “molecoline” che conosciamo come sbiancanti ottici corre in loro aiuto. Il candore assoluto che i nostri occhi vedono è però virtuale ed è un inganno infatti il grigio o peggio il nero rimane. Però che potere ha la chimica!

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